
Matteo, chiamato anche Levi a cui si attribuisce il Vangelo omonimo, era un esattore delle tasse di Erode Antipa. Prestando il suo servizio per i romani era additato come pubblicano ed odiato dai farisei. Figlio di Alfeo, viveva a Cafarnao. Quando Gesù lo chiamò, si liberò di tutti i suoi beni e lo seguì. Predicò prima in Palestina e poi in altri paesi dell’Asia Minore e Centrale, soprattutto in Etiopia, non quella africana, ma un’antica regione dell’Asia Minore.
Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, Matteo fu decapitato con una spada mentre celebrava la messa. Si ignora la data della sua morte ma si ritiene che sia avvenuta sempre in Etiopia e che lì fu sepolto fino a quando le sue spoglie non compaiono in Bretagna, nel nord ovest della Francia, secondo il Sermo sancti Paolini (Codice Vaticano Lateranense 577, ff. 35v-42). Si vuole che i resti del corpo dell’evangelista vennero trasportati da alcuni marinai e mercanti bretoni di Léon, i quali sarebbero stati miracolosamente salvati da un naufragio al largo della punta chiamata ancora oggi Punta San Matteo (Pointe Saint‑Mathieu, Le Conquet).
Verso la metà del V secolo, nel corso di una campagna militare romana finalizzata a contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare romano Gavinio sottrasse i resti dell’apostolo dalla Bretagna per portarli in Lucania, e precisamente a Velia, sua terra natia. Qui rimasero per circa quattro secoli.
Il corpo fu rinvenuto nel X secolo, vicino ad una fonte termale e ad una domus nelle antiche terme di Velia, dal monaco Anastasio per indicazione di sua madre Pelagia, alla quale apparve in sogno San Matteo. Anastasio lo nascose in una cappella sita nel luogo chiamato “ad duo flumina” che oggi appartiene al comune di Casal Velino. Quella che possiamo vedere attualmente è una nuova cappella costruita sul luogo dove sorgeva quella antica.

Da lì le spoglie furono trasferite nel santuario della Madonna del Granato di Capaccio-Paestum con previa tappa a Rutino dove, secondo la tradizione, sgorgò miracolosamente una sorgente che dissetò i portatori del corpo del santo.
Nel 954 le reliquie dell’apostolo furono traslate a Salerno per volere del principe longobardo Gisulfo I. La vicenda della traslazione è raccontata nel capitolo 165 del Chronicon Salernitanum, una cronaca scritta intorno al 978 da un anonimo monaco del monastero di San Benedetto di Salerno.
Dopo la conquista normanna della città da parte di Roberto il Guiscardo, avvenuta nel 1076, fu avviata la costruzione dell’attuale Cattedrale nella cui cripta furono deposte le spoglie del Santo per volere dell’arcivescovo Alfano I. I lavori della cattedrale si conclusero nel 1084 con la consacrazione del Papa Gregorio VII, riparato in esilio nella città.
Nel sepolcro salernitano, all’interno di due urne, è venerato il corpo del Santo quasi nella sua interezza. Infatti il capo e la falange di un dito dell’Evangelista furono rubati o acquistati da un crociato bretone che passando da Salerno, faceva ritorno dalla IV Crociata. Giunto in patria costui consegnò ad Hervè II, conte di Leon (1160-1208), le reliquie, le quali furono riposte in preziosissime teche e donate alla badia di Le Conquet dove ancora oggi esistono i resti di una basilica in onore del Santo. I disordini della Rivoluzione Francese portarono alla dispersione dei reliquiari.

A Salerno oltre alle spoglie custodite nella Cripta si conserva anche la reliquia del braccio dell’apostolo, posta in un apposito reliquiario d’argento (f.1) e un dente contenuto in un medaglione d’argento ed oro, incastonato nella statua mezzobusto del Santo (f.2). Tali reliquie sono esposte alla venerazione dei fedeli nella Cappella del Tesoro, sita all’interno della Sacrestia della Basilica Superiore.


Altre reliquie, provenienti da Salerno, sono conservate a Roma, a Casal Velino (SA) e a San Marco in Lamis (FG).